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FELICI BEATI


Questo progetto è stato sviluppato in Giappone nel Novembre del 2005, in occasione del mio viaggio da ospite del Ministero degli Esteri Giapponese in qualità di borsista del XVII Study Tour of Japan. Il progetto fotografico “felici beati” trae spunto e titolo dal lavoro del fotografo ottocentesco Felice Beato, tra i primi artisti a documentare la società ed il paesaggio giapponese dopo l’apertura dell’impero alla fine del XIX secolo. I temi sono simili: ritratti formali di elementi della società contemporanea giapponese alternati a paesaggi urbani. Per avvicinarmi allo stile ed al linguaggio di Beato, ho scelto di utilizzare esclusivamente una macchina fotografica di medio formato, con pellicola, disposta su cavalletto.Questo modo di operare costringe ad una fotografia più riflessiva e lenta, richiede collaborazione e consenso del soggetto e là dove riesce si traduce un’immagine rivelatrice dell’identità e della molteplicità del mondo giapponese.

HAPPY BLESSED


The photography project “Felici Beati” is named after the Venetian born photographer Felice Beato, who travelled the Far East at the end of the XIX century. As in Italian Felice means happy and Beato means blessed, I used both as happy and blessed appeared the people I met during my travel throughout Japan. Before leaving, I studied Felice Beato’s “Travel to Japan” and I was stunned by the simplicity and consistency of his hand painted albumina. Hence I left for Japan with the ambition to came back with  a sample of contemporary Japanese society set in a urban scenario, trying to replicate the XIX century photographic style and manner. In order to get the same feeling and to replicate the composition style of the Beato’s pictures I decided to shoot films with a mechanical medium format camera on a tripod. This exercise forced me to actually stop and meet the people I meant to photograph. After getting them involved I left them free to pose according to their own sensibility toward the surrounding space and the camera.
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GOOD MORNING, ARMENIA


Secondo la Bibbia, l’Arca di Noè si è arenata sulla cima del monte Ararat. Il pronipote di Noè, Haik, diede il suo nome al paese: Hayastan. I suoi discendenti, gli Armeni, sono ancora chiamati Hays. Nonostante il terribile massacro del 1915 messo in atto dal governo turco (il primo genocidio del ventesimo secolo), nonostante la divisione del territorio ad opera di Stalin nel 1920 e la guerra con l’ Azerbaijan dal 1988 al 1994, il popolo armeno, fermamente legato alla sua religione, cultura e linguaggio, ha mantenuto la propria identità. Oggi l’Armenia è ad un punto cruciale della sua storia, lasciandosi alle spalle duemila anni di dominazione e passando da uno stato di comunità religione e culturali ad uno stato di diritto. Nel cuore del Caucaso, l’Armenia sta diventando una pedina importante sullo scacchiere geopolitica internazionale; religione e società sono i due aspetti fondamentali che ho cercato di approfondire.

GOOD MORNING, ARMENIA


According to the bible the Ark of Noah is supported on the top of Mount Ararat. The pro-grandson of Noah, Haik, gave its name to the country: Hayastan. His descendants, the Armenians, still called Hays. Despite the terrible massacres of 1915 implemented by the government of Young Turks (the first genocide of the twentieth century), despite the division of territory operated by Stalin in 1920 and despite the war against Azerbaijan from 1988 to 1994, the Armenian people, firmly linked to their religion, culture and language, has maintained its identity. Today Armenia is at a crucial point in its history, leaving behind 2000 years of domination, rising from the state of religious and cultural communities to the state of political society sovereign. In the heart of the Caucasus, Armenia is becoming an important player in the international geopolitical chessboard Territory; religion and society are the three fundamental aspects that I tried to deepen.

GOOD MORNING, ARMENIA


Secondo la Bibbia, l’Arca di Noè si è arenata sulla cima del monte Ararat. Il pronipote di Noè, Haik, diede il suo nome al paese: Hayastan. I suoi discendenti, gli Armeni, sono ancora chiamati Hays. Nonostante il terribile massacro del 1915 messo in atto dal governo turco (il primo genocidio del ventesimo secolo), nonostante la divisione del territorio ad opera di Stalin nel 1920 e la guerra con l’ Azerbaijan dal 1988 al 1994, il popolo armeno, fermamente legato alla sua religione, cultura e linguaggio, ha mantenuto la propria identità. Oggi l’Armenia è ad un punto cruciale della sua storia, lasciandosi alle spalle duemila anni di dominazione e passando da uno stato di comunità religione e culturali ad uno stato di diritto. Nel cuore del Caucaso, l’Armenia sta diventando una pedina importante sullo scacchiere geopolitica internazionale; religione e società sono i due aspetti fondamentali che ho cercato di approfondire.

GOOD MORNING, ARMENIA


According to the bible the Ark of Noah is supported on the top of Mount Ararat. The pro-grandson of Noah, Haik, gave its name to the country: Hayastan. His descendants, the Armenians, still called Hays. Despite the terrible massacres of 1915 implemented by the government of Young Turks (the first genocide of the twentieth century), despite the division of territory operated by Stalin in 1920 and despite the war against Azerbaijan from 1988 to 1994, the Armenian people, firmly linked to their religion, culture and language, has maintained its identity. Today Armenia is at a crucial point in its history, leaving behind 2000 years of domination, rising from the state of religious and cultural communities to the state of political society sovereign. In the heart of the Caucasus, Armenia is becoming an important player in the international geopolitical chessboard Territory; religion and society are the three fundamental aspects that I tried to deepen.
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FUNNY LITTLE MEN


Pisa


Piazza dei Miracoli


Turisti che fanno fotografie, che fingono di spingere o sorreggere la Torre. Persone di tutte le età, di varia estrazione sociale, turisti provenienti da ogni parte del mondo, che parlano lingue differenti, portatrici di differenti culture. Il “miracolo” che si realizza sotto la torre pendente è il concretizzarsi dell’essenza della globalizzazione. Questo è il turismo di massa, questa è la società all’inizio del III millennio (o una sua ampia porzione), questi sono i frutti della diffusione della tecnologia su larga scala e della popolarità e semplificazione del gesto fotografico. Questo è la fotografia che milioni di persone hanno tra le loro foto ricordo o negli hard disk dei loro computer. Questa è il modo in cui persone diverse diventano uguali.

FUNNY LITTLE MEN


Pisa


Miracles Square


Tourists taking pictures, pretending they’re pushing or supporting the Tower. Variously aged people, from different social situations, tourists from any part of the world, speaking different languages, representing different cultures. The “miracle” realizing under the leaning tower is the materialisation of the essence of globalisation. This is the mass tourism, this is the society at the beginning of III millennium (or a big part of it), these are the results of large scale diffusion of technology and of popularity and simplification of the photographic act. This is the picture that millions of people have in between their souvenir photos or in the hard disk of their computer. This is the way for very different people to get the same.

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HUSSEIN CEZE


Hussein Ceze ha novant’anni
E’ partito dal Burundi nel 1972 durante la crisi
E’ partito con sua moglie e la sua lancia
E’ tornato dopo 36 anni in Tanzania
Ha cercato la sua terra ha ricostruito la sua casa
Ha chiesto a un vicino di costruirla perche lui non ce la faceva
- gli ha dato 4.000 franchi burundesi per farlo – 4 dollari
Hussein parla solo ki-swahili, ha dimenticato il Kirundi
sono passati troppi anni
E’tornato per costruire la casa per i suoi figli
Per costruirla nel suo paese
I suoi figli sono commercianti a Dar-El-Salham
Non torneranno mai
Le auorita burundesi sono andate da Hussein a dirgli che non era piu la sua terra
che non poteva starci
Hussein ha detto che non lui di li non se ne sarebbe piu andato
Hussein Ceze e’tornato al paese con sua moglie e la sua lancia
Fuma il suo tabacco e aspetta
Aspetta sua moglie che torni dai campi per preparargli qualche grano di mais, qualche fagiolo
Aspetta i suoi figli
Aspetta la sera


Martina Bacigalupo

Bujumbura, Burundi
luglio 2008

HUSSEIN CEZE


Hussein Ceze is ninety
He left Burundi in 1972 during the war, with his wife and his spear
He came back after 46 years of exile in Tanzania
He looked for his land, rebuild his house – asking a neighbor to build it cause he couldn’t anymore.
He gave him 4.000 Burundian francs to do so –less than 4 dollars
Hussein doesn’t speak Kirundi anymore, it’s been too long
He came back after half a century to rebuild a house for his sons in their country
He wants them all back. But his sons are traders in Dar-El_Salham.
They will never come back
Hussein doesn’t know that
He is happy to be back
He is happy of his house
He thinks his sons will be happy too
He smokes his tobacco and waits
He waits for his wife to come back from the field and cook some corn and beans
He waits for his sons
He waits for the evening


Martina Bacigalupo

Bujumbura, Burundi
july 2008

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CAMERE CON VISTA


Camere con vista nasce dall’esplorazione del paesaggio umano che circonda i bordi delle città e si concentra in particolare sulla prostituzione low-cost. Sparse in un territorio eterogeneo da quello polveroso delle campagne toscane e romane ai rettifili del grande nord cattolico e produttivo. Si compone così un atlante di paesaggi fatti di intimità svelate dall’occhio del fotografo ma nascoste nella boscaglia a ridosso delle infrastrutture stradali e delle fabbriche alle porte delle città. Materassi, sedie arrugginite, poltrone, divani, preservativi, romanzi Armony formano l’abaco visivo che Dapueto racconta attraverso la fotografia a colori. Un mondo che esiste ma che non viene percepito, ossia la percezione del suo esistere appartiene ai clienti: operai, muratori e piccoli borghesi. (…)

(dal testo di Emanuele Piccardo)

CAMERE CON VISTA


Camere con vista nasce dall’esplorazione del paesaggio umano che circonda i bordi delle città e si concentra in particolare sulla prostituzione low-cost. Sparse in un territorio eterogeneo da quello polveroso delle campagne toscane e romane ai rettifili del grande nord cattolico e produttivo. Si compone così un atlante di paesaggi fatti di intimità svelate dall’occhio del fotografo ma nascoste nella boscaglia a ridosso delle infrastrutture stradali e delle fabbriche alle porte delle città. Materassi, sedie arrugginite, poltrone, divani, preservativi, romanzi Armony formano l’abaco visivo che Dapueto racconta attraverso la fotografia a colori. Un mondo che esiste ma che non viene percepito, ossia la percezione del suo esistere appartiene ai clienti: operai, muratori e piccoli borghesi. (…)

(dal testo di Emanuele Piccardo)

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NORDESTE, UMA VIAGEM BRASILEIRA

Brasile, 2007


Una notte piovve così forte che la strada diventò un fiume. Seduto su una poltroncina, su un balcone al sesto piano, fumo un sigaro al cioccolato. La pioggia arriva improvvisa e tropicale. Le gocce si rompono sulla ringhiera, diventano punti di una nebbia sottile e festosa. Vedo le luci delle navi, ormeggiate nel porto. Ho desiderato restare qui per molto tempo ancora, in questa città del nord est del Brasile, in cui la gente ama ballare e bere. Ma è l’odore che mi rimarrà impresso. Lo sento riemergere improvviso, dolce, caldo, silenzioso. Nel taxi di Amaro l’odore è un profumo di brillantina. Altrove è quello di carne cotta alla brace o dell’ asfalto cotto dal sole. Un asfalto impreciso, insidioso di buche, allegro e rugoso. E l’odore dei mercati misto di frutta, di ogni tipo di frutto possibile e impossibile. Un vecchio seduto ad un tavolo mi guarda. Più tardi, tra le foto di quel mattino, troverò altri occhi, quelli di un bambino, e scoprirò, solo più tardi, che è lo stesso sguardo del vecchio, la stessa inclinazione del volto, e l’espressione decisa che riporta le cose nella giusta prospettiva. Io sono lo straniero, sono io quello da guardare. Eppure qui mi sento a casa. Un’altra casa, lontana dalla mia.(…)

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